Questo libro racconta il più assurdo e umiliante dei viaggi aziendali: una spedizione “premio” della Megaditta nella Corea del Nord, organizzata dal Megadirettore Galattico come occasione di propaganda interna, controllo dei dipendenti e spettacolo grottesco di fedeltà aziendale, sotto la facciata ridicola di un’onorificenza collettiva. Al centro, come sempre, il ragionier Ugo Fantozzi, scelto e sacrificato come capro espiatorio perfetto, destinato a incarnare su di sé tutta la colpa per il prevedibile disastro diplomatico e organizzativo di un viaggio costruito sulla menzogna.
L’epilogo del romanzo è una lunga, amara risata che parte da lontano. Il lettore fin dall’inizio sente che ogni scena è una preparazione alla catastrofe finale: il processo spettacolo e l’umiliazione pubblica dove Fantozzi, dopo una serie di incidenti minimi ingigantiti in scandali inauditi, viene esposto, insultato e simbolicamente cancellato sia dalla Megaditta sia dal Paese ospitante, in una cerimonia che finge solennità patriottica e profuma di comica disperazione.
Nei cinque capitoli assistiamo alla nascita, allo sviluppo e al crollo di questo “sogno aziendale” trasformato in incubo ideologico.
Nel primo capitolo vediamo la preparazione del viaggio: comunicazioni interne deliranti, circolari ridondanti, videomessaggi del Megadirettore che parlano di “missione storica”, “onore supremo”, “gemellaggio esemplare” tra la Megaditta e un grande paese “fratello e modello di efficienza”. Tutto è impostato come se i dipendenti stessero partendo per una crociata eroica, ma tra le righe si intuisce la punizione travestita da premio: nessuno può rifiutare, nessuno può fare domande, tutti devono applaudire. Fantozzi, terrorizzato e lusingato allo stesso tempo, è spinto dai colleghi, convinti che sia meglio che qualcun altro si esponga al posto loro.
Nel secondo capitolo si apre lo scenario coreano, che diventa un gigantesco teatro vuoto. La delegazione scopre un mondo costruito per loro: strade deserte lucidate solo per il passaggio del pullman, negozi-vetrina pieni di prodotti inesistenti destinati agli stranieri, alberghi dorati che al di là della reception svelano corridoi spenti, piani sigillati e camere tutte uguali, con la televisione che trasmette un unico canale propagandistico. I controlli dei documenti sono ossessivi, ripetuti a ogni porta, ad ogni ascensore e persino per accedere al buffet. Ogni abitante che incontrano sembra una comparsa messa in posa: bambini che sventolano bandierine sempre allo stesso ritmo, operai che fingono di lavorare senza mai sporcarsi, studenti che recitano saluti imparati a memoria. Tutto appare finto e spaventosamente perfetto, come una scenografia che non prevede l’errore. Qui la comicità esplode in una serie di gag che mostrano il contrasto tra la realtà sciatta della Megaditta e la coreografia paranoica del regime.
Il terzo capitolo scava negli eccessi quotidiani: orari impossibili, visite guidate a monumenti identici che cambiano solo la statua al centro, ristrettezze grottesche travestite da lusso, cene infinite sempre con gli stessi tre piatti. I delegati della Megaditta, compreso Fantozzi, sono seguiti da guide sorridenti ma inflessibili, che controllano sguardi, parole, persino le fotografie che possono scattare. Ogni minimo scostamento dal copione viene sanato con rimproveri velati e frasi standardizzate. In questa atmosfera, la goffaggine innata di Fantozzi diventa potenzialmente sovversiva: inciampa durante un omaggio floreale, sbaglia a pronunciare un nome del Leader, guarda per sbaglio dalla finestra giusta al momento sbagliato. Sono dettagli ridicoli che, in un sistema così rigido, assumono proporzioni catastrofiche.
Il quarto capitolo prepara la grande frattura. Un banale errore logistico e una catena di malintesi generano un incidente diplomatico che nessuno vuole assumersi. La Megaditta, terrorizzata dall’idea di compromettere rapporti “strategici”, decide di costruire una narrazione ufficiale in cui ogni responsabilità venga concentrata in un singolo individuo. Fantozzi, per status gerarchico, debolezza caratteriale e lunga tradizione di sfortune, è il candidato ideale. Mentre la delegazione cerca disperatamente di ripulire la propria immagine con cerimonie riparatorie e salamelecchi istituzionali, dietro le quinte prende forma il copione dell’epilogo: la storia che servirà a salvare tutti, tranne lui.
Nel quinto e ultimo capitolo il libro raggiunge il suo vertice grottesco e tragico. Fantozzi viene convocato in una sorta di tribunale scenografico, un misto di assemblea aziendale, spettacolo televisivo e rito politico. Sul maxischermo campeggiano discorsi ufficiali che lo accusano di aver offeso il Paese ospitante, mancato di rispetto al Leader, sabotato il gemellaggio. Tutti i presenti adottano espressioni indignate, fingendo di non aver mai avuto nulla a che fare con lui. Colleghi che fino al giorno prima gli chiedevano favori contabili ora abbassano lo sguardo, dirigenti che lo avevano obbligato a partire si agitano per prendere le distanze. A Fantozzi è richiesto un atto di contrizione pubblica, una cerimonia di scuse grottesca in cui deve leggere un testo di autocritica che non comprende, accompagnato da gesti simbolici di sottomissione.
In questa lunga scena finale, l’umiliazione verbale e simbolica raggiunge la massima intensità: slogan urlati a comando, applausi robotici, finti pianti di commozione patriottica. Fantozzi diventa il bersaglio di ogni invettiva, l’oggetto di una violenza che resta formalmente non fisica, ma che lo cancella come persona. Eppure, proprio nel momento più basso, una minuscola crepa si apre nella messinscena. Un dettaglio, uno sguardo, una parola strozzata lasciano intravedere che non tutti credono davvero a ciò che stanno recitando. Il finale resta sospeso tra la comicità nera dell’assurdo e una sottile nostalgia per la dignità perduta.
Il tono complessivo del libro è satirico e pungente, ma anche malinconico. Attraverso l’odissea farsesca di Fantozzi nel paese “più triste del mondo”, l’opera offre una doppia critica: da un lato ai meccanismi grotteschi di un regime che trasforma ogni gesto in propaganda, dall’altro alla viltà opportunista della Megaditta, che copia quegli stessi meccanismi in miniatura. La Corea del Nord non è solo sfondo esotico, ma specchio deformante in cui la mediocrità occidentale riconosce il proprio volto burocratico e codardo.
Fantozzi nella Corea del Nord è dunque il racconto di un viaggio che nessuno avrebbe voluto fare, di una missione che nessuno ha scelto, di un “onore” che nasconde solo la paura di finire al posto sbagliato nel momento sbagliato. Un’epopea minima di timbri, circolari, timori e sottomissioni, illuminata da lampi di comicità irresistibile. E, al centro, un uomo piccolo, costretto ancora una volta a portare sulle spalle la colpa collettiva, per permettere a tutti gli altri di continuare a ridere come se niente fosse.